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L’importanza della sanità pubblica al tempo del coronavirus

Abbiamo chiesto Nerina Dirinin, già dirigente del Ministero della Salute e autrice di È tutta salute, una riflessione sul valore della sanità pubblica ai tempi dell’emergenza sanitaria dovuta al nuovo Coronavirus Covid-19.


Oggi è il tempo della responsabilità. Domani dovremo far tesoro dell’esperienza di oggi.

Oggi dobbiamo essere consapevoli che ognuno di noi può fare, nel suo piccolo, la differenza. Seguendo semplici regole di precauzione, possiamo contenere il rischio di contagio e, così facendo, possiamo diluire il picco di malati che necessitano di terapia intensiva. Non è poco. Perché potremmo anche pensare di non aver bisogno di assistenza (non tutti si ammalano e molti guariscono senza problemi) ma i casi che hanno bisogno di un trattamento intensivo sono, per quanto pochi, comunque troppi rispetto alle capacità delle nostre terapie intensive. Persino le regioni più attrezzate stanno sperimentando una difficoltà del tutto inedita e ciò resterebbe vero anche se pensassimo di rinviare ogni altra urgenza ospedaliera e di destinare le risorse solo alla COVID 19.

Ognuno di noi, dicevamo, può fare la differenza. Lo dobbiamo fare per tante ragioni.

Perché l’emergenza ci insegna che ognuno di noi, ogni nostro familiare, può ammalarsi e dobbiamo fare tutto il possibile per evitare che qualcuno, in caso di bisogno, possa non trovare adeguata assistenza intensiva. L’emergenza si supera solo se tutti collaborano. È inutile tentare di approfittare dell’emergenza per andare a fare una vacanza; è inutile fuggire lontano dalle zone rosse: il coronavirus ci segue come un cagnolino e rischiamo solo di diffondere l’epidemia. Accettare qualche limitazione delle nostre libertà può contribuire a ridurre la diffusione del contagio. Ma è anche inutile urlare agli untori: raccomandare autoisolamento e senso di responsabilità è molto più utile che respingere chi viene da zone a rischio. Le malattie infettive ci insegnano che i muri non servono: serve trasformare l’emergenza in una situazione gestibile nell’ordinarietà. Prima ci riusciamo, meglio è per ognuno di noi. Per questo c’è bisogno del contributo di tutti.

Per questo c’è bisogno di più solidarietà, di più senso di comunità. Ciò che facciamo per noi lo facciamo anche per gli altri. Ciò che facciamo per gli altri lo facciamo anche per noi. Non è una contraddizione rispetto all’invito a evitare contatti ravvicinati. Anzi, la limitazione dei contatti è paradossalmente proprio uno strumento per riaffermare il senso della nostra comunità. L’igiene delle mani, troppo spesso ignorata, è un dovere che abbiamo proprio perché viviamo in una comunità. Così come altre banali precauzioni. Solo un eremita potrebbe ignorarle.

E proprio perché abbiamo bisogno di più senso della comunità, non possiamo ignorare i più deboli. A partire dalle persone anziane, più esposte al rischio di ammalarsi e agli effetti negativi dell’isolamento. Gli anziani, a casa propria o ricoverati nelle strutture socio-sanitarie, rischiano in queste settimane di soffrire ancora di più la solitudine e l’abbandono. L’isolamento cui sono costretti tutti coloro che vivono in residenze per persone anziane, disabili, non autosufficienti, persone il cui benessere dipende in gran parte dalle scarne relazioni familiari e sociali che hanno con chi vive fuori dalle strutture, non va sottovalutato. Dobbiamo sicuramente evitare di contagiare tali persone ma al contempo dobbiamo chiedere che siano adottate tutte quelle misure che consentono di non tagliare ogni forma di relazione, almeno attraverso strumenti a distanza (telefoni, skype, video, consegna di piccoli segnali di attenzione, da un biglietto a un piccolo dono, ecc.). Dobbiamo inoltre assicurarci che siano garantiti tutti i presidi sanitari necessari, a beneficio dei pazienti e del personale. L’impossibilità di volontari, parenti e amici di accedere alle strutture dovrebbe essere controbilanciata da un surplus di attenzione da parte dei vertici delle residenze: al contatto fisico deve essere sostituito il sostegno a distanza, la presenza di personale adeguatamente responsabilizzato e sostenuto, un surplus di attenzione per evitare ogni forma di contenzione, purtroppo ancora molto praticata. Altrettanto vale per le persone con sofferenza mentale, per le persone detenute, per i giovani in comunità; e per tutti gli operatori che si occupano di loro. L’emergenza di questi giorni rischia di intaccare la nostra coesione e la nostra capacità di resilienza sociale.

Infine, anche se non siamo anziani, o se non temiamo di ammalarci, dobbiamo comunque seguire le misure suggerite dalle istituzioni perché dobbiamo evitare che i medici siano posti di fronte a scelte tragiche: chi attacchiamo al respiratore? Scelte che il nostro paese è sempre riuscito ad evitare (altri sono abituati a tollerare l’esclusione di parte della popolazione da trattamenti efficaci) e che aprirebbero scenari inquietanti, anche per chi dovesse egoisticamente pensare solo a se stesso.

Il coronavirus ci sta ricordando che, in molti casi, “il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. Impegniamoci per uscire dall’emergenza tutti insieme e, quando ne saremo fuori, evitiamo di illuderci di tornare ad essere quelli di prima, ovvero quelli che hanno assecondato o tollerato un attacco al nostro sistema di welfare che mai come ora ci rendiamo conto che va difeso.


[questo articolo è apparso anche sul sito dell’associazione Salute Diritto Fondamentale il 9 marzo 2020. A questo link il testo originale]

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